Con la recente sentenza n. 12270 del 9 maggio 2025, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi su un tema di grande rilievo sociale e giuridico: il licenziamento dei lavoratori con disabilità. La Suprema Corte, ancora una volta, sottolinea come il datore di lavoro non possa procedere al recesso se prima non ha realmente tentato tutte le soluzioni organizzative ragionevoli per evitarlo.
Non si tratta di una semplice formalità. Il datore di lavoro è chiamato a dimostrare, in modo concreto e documentato, di aver valutato ogni possibilità, dalla ricollocazione in altre mansioni compatibili all’adozione di quegli “accomodamenti ragionevoli” che la legge e la giurisprudenza richiedono.
È importante ricordare che questi accomodamenti non devono però comportare un sacrificio eccessivo per l’azienda, né incidere negativamente sull’organizzazione o sui diritti degli altri lavoratori. La Cassazione, infatti, ribadisce che il bilanciamento tra le esigenze della persona con disabilità e quelle dell’impresa deve essere sempre rispettato: solo se ogni tentativo risulta impraticabile o eccessivamente oneroso, il licenziamento può considerarsi giustificato.
Questa sentenza si inserisce perfettamente nel solco della normativa antidiscriminatoria, sia nazionale che europea, e delle più recenti riforme che rafforzano il dovere di tutela e inclusione delle persone con disabilità nel mondo del lavoro. Il messaggio che arriva alle imprese è chiaro: non basta dichiarare di aver valutato alternative, ma occorre documentare e motivare ogni sforzo fatto prima di arrivare al licenziamento. Non si tratta più solo di una buona prassi, ma di una vera e propria condizione di legittimità del recesso.
In altre parole, il datore di lavoro deve sempre verificare la possibilità di adottare accomodamenti ragionevoli in favore del lavoratore divenuto inabile, tenendo però conto che tali soluzioni non devono incidere negativamente sulle condizioni dei colleghi né comportare un onere sproporzionato rispetto alle dimensioni e alle caratteristiche dell’azienda.
Questa pronuncia della Cassazione rappresenta un ulteriore passo avanti verso una cultura del lavoro più inclusiva e rispettosa delle diversità. Per le aziende significa adottare un approccio più attento e responsabile, capace di coniugare le esigenze organizzative con il rispetto dei diritti di tutti i lavoratori.
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