Atteso che il Sistema di Interscambio (SDI), che gestisce la fatturazione elettronica, genera documenti informatici autentici ed immodificabili, che non sono semplici “copie informatiche di documenti informatici” bensì “duplicati informatici”, assolutamente indistinguibili dai loro originali, potendo essere scaricati da “fonte / terzo qualificato”, come l’Agenzia delle Entrate, le fatture elettroniche in formato “.xml” devono ritenersi equipollenti all’estratto autentico delle scritture contabili previsto dall’art. 634, comma 2, c.p.c. ai fini della concessione del decreto ingiuntivo.
Ciò è quanto affermato dal Tribunale di Verona con il decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo del 29.11.2019 (R.G. n. 10221/19), osservando che proprio in ragione delle sopra descritte caratteristiche della fattura elettronica, l’art. 1, comma 3-ter, D.Lgs. 127/2015 prevede che i soggetti obbligati ad emetterle in via esclusiva mediante il Sistema di Interscambio siano esonerati dagli obblighi di annotazione nei registri contabili di cui agli artt. 23 e 25 D.P.R. 633/1972, cosicché, per tali soggetti, deve ritenersi che sia venuto meno anche l’obbligo di tenere i predetti registri, e di conseguenza gli obblighi previsti dall’art.634 comma 2, c.p.c. ai fini dell’ottenimento del decreto ingiuntivo. Ciò in quanto appare illogico pensare che un’impresa debba tenere delle scritture contabili che non ha l’obbligo di utilizzare.
In base all’orientamento interpretativo in esame ai fini della prova per l’emissione di un decreto ingiuntivo, per un il credito relativo a somministrazione di merci o prestazione di servizi, l’emissione di fattura elettronica dispensa quindi il creditore dalla produzione all’estratto autentico delle scritture contabili previsto dall’art. 634, comma 2, c.p.c..

Il Decreto Fiscale collegato alla Legge di Bilancio 2020 (D.L. n. 124/2019, convertito con L. n. 157/2019, il “Decreto Fiscale”) ha introdotto alcune importanti novità per le ritenute fiscali sui redditi dei lavoratori impiegati negli appalti (e nei subappalti).

Gli obblighi previsti dal Decreto Fiscale sono entrati in vigore il 1° gennaio 2020.

Si tenga in ogni caso presente che le novità del Decreto Fiscale trovano applicazione anche per i “vecchi” contratti (stipulati prima del 1° gennaio 2020), se la loro esecuzione avvenga anche solo parzialmente nel corso del 2020.

Le novità del Decreto Fiscale riguardano infatti gli appalti, subappalti, affidamenti a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque denominati che abbiano congiuntamente le tre seguenti caratteristiche:

– valore annuo complessivo superiore a € 200.000;

– prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi del committente (endo-aziendale);

– utilizzo di beni strumentali di proprietà del committente (o ad esso riconducibili).

Qualora l’appalto rientri nell’ambito di applicazione del Decreto Fiscale come sopra individuato, entro 5 giorni lavorativi successivi alla relativa scadenza, l’appaltatore dovrà trasmettere al committente:

– le deleghe per le ritenute fiscali dei suoi dipendenti (compilate separatamente per ciascun committente);

– un elenco nominativo che preveda:

→ l’identificazione tramite codice fiscale di tutti i lavoratori impiegati nell’appalto nel mese precedente;

→ il dettaglio delle ore di lavoro prestate da ciascun lavoratore;

→ l’ammontare della retribuzione corrisposta al singolo dipendente;

→ il dettaglio delle ritenute fiscali eseguite nel mese precedente nei confronti di tale dipendente, con separata indicazione di quelle ritenute che sono relative all’esecuzione dell’appalto affidato dal committente.

Per converso, il committente è obbligato a richiedere all’appaltatore la trasmissione di copia delle deleghe di pagamento e l’elenco nominativo di cui sopra al fine di verificare che le ritenute fiscali siano state effettivamente versate e per di più versate in misura sufficiente.

Tali obblighi andranno attentamente disciplinati nei contratti di appalto mediante previsioni ad hoc e poi monitorati con costanza nel corso della loro esecuzione.

Se l’appaltatore non trasmettesse le deleghe di pagamento e l’elenco nominativo, oppure se il versamento delle ritenute fiscali risultasse omesso o insufficiente, il committente dovrà sospendere il pagamento del corrispettivo all’appaltatore sino a concorrenza del 20% del valore complessivo dell’appalto, segnalando la circostanza entro 90 giorni all’Agenzia delle Entrate.

Qualora il committente non richieda la copia delle deleghe di pagamento delle ritenute fiscali, oppure non proceda al blocco dei pagamenti di cui sopra al ricorrere delle relative circostanze, egli dovrà pagare una somma pari alla sanzione irrogata all’appaltatore per la violazione degli obblighi di corretta determinazione delle ritenute e di corretta esecuzione delle stesse, nonché di tempestivo versamento, senza alcuna possibilità di compensazione.

Gli obblighi del Decreto Fiscale non si applicano a quegli appaltatori in grado di ottenere una sorta di certificazione “di affidabilità” da parte dell’Agenzia delle Entrate, il c.d. DURF.

Il provvedimento n. 54740/2020 del Direttore dell’Agenzia delle entrate ha regolamentato la predetta certificazione e sul sito istituzionale dell’Agenzia delle entrate è possibile trovare uno schema di certificazione e a una tabella contenente i requisiti fondamentali necessari per ottenere il DURF.

L’Agenzia delle entrate, con il predetto provvedimento, specifica alcuni importanti aspetti relativi alla certificazione.

Il primo aspetto fondamentale riguarda le tempistiche del rilascio: il DURF che certifica i requisiti con riferimento all’ultimo giorno del mese precedente a quello della scadenza di cui all’articolo 17-bis, comma 2, D.Lgs. 241/1997, è messo a disposizione a partire dal terzo giorno lavorativo di ogni mese e ha validità di 4 mesi dalla data del rilascio.

Il certificato può essere rilasciato sia accertante tutti i requisiti (DURF positivo) sia non accertante la presenza di tutti i requisiti con esplicita evidenza dei requisiti mancanti (DURF negativo).

A mente dell’articolo 17-bis, comma 5, D.Lgs. 241/1997 (così come modificato dal Decreto Fiscale in esame), potranno ottenere il DURF le imprese appaltatrici, affidatarie e subappaltatrici in possesso, congiuntamente, di tutti i seguenti requisiti:

– essere in attività da almeno 3 anni;

– essere in regola con gli obblighi dichiarativi;

– aver eseguito nell’ultimo triennio versamenti nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10% dell’ammontare dei compensi o dei ricavi;

– non avere iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi o avvisi di addebito affidati agli agenti della riscossione relativi alle imposte sui redditi, all’imposta regionale sulle attività produttive, alle ritenute e ai contributi previdenziali per importi superiori a 50.000 euro, per i quali i termini di pagamento siano scaduti e siano ancora dovuti pagamenti o non siano in essere provvedimenti di sospensione. Le disposizioni di cui al periodo precedente non si applicano per le somme oggetto di piani di rateazione per i quali non sia intervenuta decadenza.

Non avere il DURF, ovvero avere un DURF negativo, comporta l’applicabilità di tutti gli obblighi e i controlli a carico del committente; pertanto, qualora un piccolo subappaltatore non ottenesse il DURF, in caso di inadempienze di quest’ultimo soggetto, l’appaltatore potrebbe rischiare di avere sospeso il corrispettivo maturato e di sua competenza.

Infine, per gli appaltatori soggetti ai nuovi obblighi del Decreto Fiscale, se privi della certificazione dell’Agenzia delle Entrate di cui sopra, è esclusa la facoltà di ricorrere all’istituto della compensazione per adempiere alle proprie obbligazioni relative ai contributi previdenziali (INPS) e ai premi assicurativi (INAIL).

Il recente diffondersi dell’epidemia ed i conseguenti provvedimenti adottati dal Governo al fine di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19 stanno causando gravi effetti sul tessuto economico e sociale del Paese.

Ad ormai un mese e mezzo dall’inizio della procedura di lockdown, con conseguente chiusura forzata delle imprese non operanti nella filiera dei servizi essenziali e della maggiore parte degli esercizi commerciali, si manifestano, sempre più frequentemente, le difficoltà di molti conduttori a far fronte al pagamento dei canoni di locazione, di uffici, negozi, magazzini.  

In questo articolo ci si propone di approfondire, da un punto di vista pratico, se vi siano e quali siano le azioni concretamente esperibili da parte del conduttore in difficoltà.

Le misure adottate dal Governo

Occorre, in primis, prendere in considerazione le misure adottate dal Governo sul punto.

Con Decreto n.18 del 17 marzo 2020 (c.d. “Cura Italia), in particolare all’art. 65, viene previsto, a favore dei conduttori che abbiano dovuto sospendere le proprie attività per via delle restrizioni imposte, un credito d’imposta per l’anno 2020 nella misura del 60% del canone di locazione relativo al mese di marzo 2020 per l’affitto degli immobili rientranti nella categoria catastale C/1 (botteghe e negozi).

Tale beneficio concesso dal Governo può essere letto come indicazione dell’intenzione del legislatore di escludere la legittimità di eventuali “autosospensioni” o “autoriduzioni” dei canoni di locazione.

In secondo luogo, all’art.  91 di cui al medesimo Decreto, in considerazione delle prevedibili difficoltà cui andranno incontro i conduttori nel periodo di lockdown, si prevede che il rispetto delle misure di contenimento di cui allo stesso decreto vada sempre valutata “ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi inadempimenti”.

In mancanza di ulteriori disposizioni della legislazione d’emergenza sul punto occorre, dunque, cercare le possibili risposte alle sopravvenute necessità nella normativa attualmente vigente.

1. Clausola di “forza maggiore”

In prima battuta occorre esaminare le previsioni del singolo contratto di locazione. Nel caso in cui, in sede di trattativa contrattuale, sia stata inserita una clausola di forza maggiore è a quest’ultima che si dovrà fare riferimento nel caso di sopravvenienza di eventi imprevedibili e straordinari sul sinallagma contrattuale. Generalmente tali clausole prevedono che, in caso di evento straordinario che impedisca ad una o ad entrambe le parti di adempiere ai propri obblighi, le stesse hanno il diritto di sospendere l’adempimento delle prestazioni cui sono tenute senza che ciò comporti inadempimento contrattuale. Alla stregua delle interpretazioni della giurisprudenza in casi simili, l’epidemia da COVID-19 in atto costituisce evento straordinario ed imprevedibile idoneo a legittimare un’eventuale richiesta del conduttore di sospensione del pagamento dei canoni. Ciò anche a fronte della restrittività delle misure adottate dal Governo per contenere l’epidemia.

In mancanza di siffatta clausola, occorre prendere in esame, alla luce dei rimedi “straordinari” previsti dalla legge, le possibili soluzioni.

2. L’impossibilità sopravvenuta e l’eccessiva onerosità della prestazione nei contratti a prestazioni corrispettive

a) Secondo quanto previsto dall’art. 1218 c.c., “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.Impossibilità che deve essere oggettiva, insuperabile, ed imprevedibileal momento della stipula del contratto, nonché tale da determinare l’inadempimento o il ritardo della prestazione.

Ai sensi del secondo comma dell’art. 1256 cod. civ. “l’obbligazione si estingue quando, per causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile” e, se l’impossibilità di eseguire la prestazione è solo temporanea, “il debitore, finché essa perdura, non è responsabile del ritardo nell’adempimento”.

L’ impossibilità unicamente temporanea comporta, quindi, una sospensione dell’obbligazione del debitore senza che quest’ultimo possa essere ritenuto responsabile del ritardo nell’adempimento.

Da ciò ne consegue che, per la durata delle restrizioni governative, si potrebbe escludere, laddove sia dimostrato il ricorrere dei presupposti di cui all’art. 1256 c.c., la responsabilità del conduttore per il ritardo nel pagamento dei canoni.

Tuttavia, a seguito della cessazione dello stato di emergenza con conseguente ripresa della propria attività, il conduttore sarebbe comunque tenuto a corrispondere l’intero importo non versato.

Nel caso in cui la prestazione sia divenuta impossibile “solo in parte”, l’art. 1258 c.c. prevede la liberazione del debitore a seguito dell’esecuzione della “prestazione per la parte che è rimasta possibile”.

In materia di contratti a prestazioni corrispettive, nel caso in cui la prestazione di una parte sia divenuta parzialmente impossibile, ai sensi dell’articolo 1464 c.c. la controparte ha il “diritto a una corrispondente riduzione della prestazione da essa dovuta” ovvero la possibilità di “recedere dal contratto qualora non abbia un interesse apprezzabile all’adempimento parziale”.

Il contraente la cui prestazione sia parzialmente impossibile, invece, rimarrà obbligato, nei limiti in cui la prestazione sia parzialmente possibile, ad effettuare l’adempimento parziale.

Applicando tali norme ai contratti di locazione commerciale, a parere di chi scrive i provvedimenti adottati dal Governo presentano i requisiti di oggettività, imprevedibilità ed inevitabilità.

Più in particolare costituiscono un c.d. “factum principis”, vale a dire un provvedimento emesso dalla pubblica autorità, imprevedibile al momento della conclusione del contratto e che incide sul sinallagma contrattuale.

A seguito della chiusura forzata dell’attività il conduttore, nonostante la materiale disponibilità dell’immobile, non ne può, di fatto, pienamente godere per tutto il periodo di vigenza delle restrizioni. Ciò determina, peraltro, un inevitabile calo del fatturato del conduttore con conseguente diminuzione della liquidità; fattori che vanno ad incidere sulla possibilità di pagamento del canone.

L’impossibilità temporanea dovuta alle misure di contenimento dell’epidemia da COVID-19 potrebbe, dunque, essere inquadrata come impossibilità parziale con riferimento alla prestazione del locatore. Secondo tale interpretazione il conduttore che non abbia interesse a recedere dal contratto, avrebbe diritto di ottenere una riduzione del canone di locazione, commisurata alla durata del mancato utilizzo dell’immobile.

Occorre tuttavia precisare come, in materia di contratti di locazione commerciale, i divieti disposti dal Governo non incidano in alcun modo sulla prestazione principale del locatore, che consiste nel mettere a disposizione del conduttore locali idonei all’esercizio dell’attività, né influiscano direttamente sull’obbligazione principale del conduttore di corrispondere il canone locatizio.

b) L’eccessiva onerosità sopravvenuta si realizza, invece, nel caso in cui un evento, straordinario ed imprevedibile, estraneo alla normale alea del contratto, renda l’esecuzione della prestazione non già impossibile, bensì più onerosa rispetto a quanto prevedibile prima del verificarsi dell’evento stesso.

In particolare, ai sensi dell’articolo 1467 cod. civ. “nei contratti a esecuzione continuata o periodica, ovvero a esecuzione differita se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili la parte che deve tale prestazione può domandare la risoluzione”, salvo che la sopravvenuta onerosità non rientri nell’alea del contratto.

Inoltre, “la parte contro la quale è domandata la risoluzione” (il locatore) ha la facoltà di evitare la risoluzione del rapporto “offrendo di modificare equamente le condizioni del contratto”.

Il ricorrere dell’eccessiva onerosità sopravvenuta richiede però la prova rigorosa del fatto che l’evento sopravvenuto ha determinato una sostanziale alterazione delle condizioni del negozio originariamente convenuto tra le parti e della riconducibilità di tale alterazione a circostanze straordinarie, eccezionali e imprevedibili al momento della sottoscrizione del contratto, non essendo sufficiente la mera difficoltà di adempimento.

Occorre rilevare come il rimedio offerto dall’art. 1467 cod. civ. potrebbe non rivelarsi soddisfacente nel caso in cui l’interesse del conduttore fosse comunque quello del mantenimento dell’immobile locato. Infatti si determinerebbe unicamente la pretesa del conduttore alla risoluzione giudiziale del contratto di locazione, essendo rimessa alla volontà della controparte la facoltà di “modificare equamente le condizioni del contratto”, pattuendo una riduzione proporzionale del canone allo scopo di evitare la cessazione del rapporto.

Giova, infine, ricordare come, tra i rimedi applicabili nella fattispecie in esame, potrebbe rientrare anche il recesso per gravi motivi previsto dall’art. 27, co. 8, L. 392/78. Ai sensi di quest’ultima disposizione, infatti, “indipendentemente dalle previsioni contrattuali, il conduttore, qualora ricorrano gravi motivi, può recedere in qualsiasi momento dal contratto con preavviso di almeno 6 mesi da comunicarsi con lettera raccomandata”. Il concetto di “gravi motivi” viene inteso, nell’interpretazione offerta dalla giurisprudenza, come avvenimenti estranei alla volontà del conduttore che siano non solo imprevedibili e sopravvenuti alla costituzione del rapporto ma anche tali da rendere oltremodo gravosa per il conduttore la prosecuzione della locazione sotto il profilo economico.

È evidente come le conseguenze dell’epidemia in corso potrebbero, in astratto, essere considerate un avvenimento imprevedibile e idoneo a rendere più gravosa la prosecuzione della locazione, con possibilità in capo al conduttore di invocare il rimedio in esame. Tale soluzione offre, tuttavia, il fianco a due critiche. In primo luogo occorre considerare come la giurisprudenza maggioritaria in materia di recesso per gravi motivi sembrerebbe aver escluso l’azionabilità di tale rimedio qualora il motivo addotto dal conduttore consista nel mero richiamo di una crisi economica generale. In secondo luogo, e da un punto di vista pratico, il conduttore sarebbe comunque tenuto a rispettare il termine di preavviso di 6 mesi, con il conseguente obbligo in capo allo stesso di corrispondere i canoni dovuti durante l’intero periodo di preavviso. Ciò vanificherebbe la concreta utilità del rimedio in esame.

Conclusioni

In definitiva si ritiene che la soluzione più agevole per le parti sia la rinegoziazione delle clausole divenute “inique” (ivi inclusi i termini di pagamento dei canoni), in ossequio al principio di buona fede che regola l’esecuzione del contratto. Sul punto occorre osservare che è assai probabile che le conseguenze della crisi determinata da COVID-19 non cesseranno con la fine dell’emergenza, rendendo necessario pattuire una riduzione del canone anche per un periodo ulteriore. Le attività imprenditoriali e commerciali si troveranno nell’immediato futuro a dover fronteggiare una diminuzione della capacità reddituali incompatibili con i canoni pattuiti in fase pre-emergenziale rendendo, pertanto, anche per i locatori non conveniente respingere le richieste di riduzione del canone dei conduttori correndo il rischio di ritrovarsi con immobili vuoti, con costi, spese e tasse sugli immobili a loro carico in un mercato con canoni di locazione ribassati.

Con il d.l. n. 23 in data 8.4.2020 (c.d. Decreto Liquidità) è stata prevista la facoltà per PMI, persone fisiche esercenti attività di impresa, arti o professioni di ottenere prestiti fino ad Euro 25.000,00 con garanzia statale al 100%, senza che la concessione degli stessi sia subordinata a valutazione di merito.

I finanziamenti devono avere le seguenti caratteristiche: (i) durata massima di 72 mesi; (ii) prevedere un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi; (iii) i tassi di interesse e commissioni devono tenere conto della copertura dei soli costi di istruttoria e di gestione dell’operazione finanziaria; (iv) l’ammontare del prestito non può essere superiore al  25% dell’ammontare dei ricavi del soggetto beneficiario (come risultante dall’ultimo bilancio depositato o dall’ultima dichiarazione dei redditi presentata alla data della domanda di garanzia o da autocertificazione per i richiedenti costituiti  dopo il 1.1.2019) e, comunque, non superiore ad Euro 25.000,00.

Con comunicato stampa pubblicato in data 24.4.2020, ABI ha reso noto di aver inviato alle banche una circolare avente ad oggetto i ridetti finanziamenti.

ABI ha voluto precisare che “il finanziamento fino a 25.000 euro prevede espressamente che l’inizio del rimborso non avvenga prima di 24 mesi dall’erogazione e che non può essere utilizzato per compensare alcun prestito preesistente, anche nella forma dello scoperto di conto corrente. La compensazione determinerebbe un avvio del rimborso prima dei 24 mesi, facendo decadere la garanzia”.

Sempre con la medesima nota, ABI ha, altresì, sostenuto come il divieto di compensazione si applichi anche alla sospensione ex art. 56 d.l. n.18 in data 17.3.2020.

In materia di titoli di credito, l’attuale quadro normativo non consente il congelamento di vaglia cambiari, cambiali assegni e ogni altro titolo di credito. Ad obbligazione scaduta, dovrà essere levato il protesto nei termini normali stabiliti dalle parti o imposti dalla legge. La possibilità per il debitore di adempiere dovrà tuttavia essere valutata in relazione agli impedimenti eventualmente suscitati dall’emergenza coronavirus.

Il comma 5 dell’art. 10 del decreto-legge 2 marzo 2020, n. 9, recante «Misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19», ha disposto che, nei riguardi dei soggetti di cui al comma quarto, e cioè di coloro che alla data dell’entrata in vigore del decreto erano «residenti, hanno sede operativa o esercitano la propria attività lavorativa, produttiva o funzione nei comuni di cui» alla zona rossa al tempo istituita, siano sospesi «i termini di scadenza, ricadenti o decorrenti nel periodo che va dal 22 febbraio 2020 e fino al 31 marzo 2020, relativi a vaglia cambiari, a cambiali e ad ogni altro titolo di credito o atto avente forza esecutiva».

L’art. 10 in esame contenuta per i soggetti di cui al quarto comma, precisa che il «decorso dei termini perentori, legali e convenzionali, sostanziali e processuali, comportanti prescrizioni e decadenze da qualsiasi diritto, azione ed eccezione, nonché dei termini per gli adempimenti contrattuali è sospeso dal 22 febbraio 2020 fino al 31 marzo 2020 e riprende a decorrere dalla fine del periodo di sospensione», precisandosi inoltre che, «ove la decorrenza del termine abbia inizio durante il periodo di sospensione, il termine decorre dalla fine del medesimo periodo».

Nessuno degli interventi legislativi successivi si è specificamente occupato del tema della sospensione dei termini sostanziali e, segnatamente, della sospensione di quelli di scadenza dei titoli di credito, per i quali è pertanto rimasto dubbio se il regime di protezione dovesse rimanere confinato entro l’originaria zona rossa delimitata dal decreto-legge 2 marzo 2020, n. 9, oppure se dovesse estendersi, seguendo la diffusione dell’epidemia e correlativamente dell’ambito di applicazione dei successivi decreti, a tutto il territorio nazionale.

Il Consiglio nazionale del notariato, interpretando la disposizione in esame, ha, da un lato, ritenuto che la sospensione dei termini di scadenza dei titoli di credito, in corrispondenza con l’estensione della normativa emergenziale, operi oggi su tutto il territorio della Repubblica e, dall’altro, in ordine alla questione degli effetti della sospensione della scadenza dei titoli di credito disposta dal comma 5 dell’art. 10 del DL n. 9/2020, che sia necessario distinguere tra l’ipotesi in cui la data di scadenza dei titoli cambiari si ricavi da un conteggio e l’ipotesi in cui tale data sia indicata a giorno fisso.

Nel primo caso, «se i giorni di scadenza delle cambiali e vaglia cambiari ricadono nel periodo di sospensione», il calcolo del termine di scadenza determinerebbe uno slittamento in avanti di tanti giorni quanti sono quelli interessati dal periodo di sospensione. Nell’altro caso, invece, poiché il regime di sospensione consente al debitore di non «pagare nel giorno indicato sul titolo, [questi] dovrà procedere al pagamento non appena cessata la causa (legale) che glielo impedisce, con la conseguenza che, dovendo essere eseguito il pagamento dopo il 31 marzo 2020 (ultimo giorno del periodo di sospensione), si avrà un allineamento del termine di pagamento dei titoli con scadenza nel periodo di sospensione, al 1° aprile 2020». Se presentano una data di scadenza che cade nel periodo di sospensione, questi titoli dovrebbero essere dunque essere pagati «il 1° aprile, senza l’aggiunta di giorni ulteriori».

Tali interpretazioni non sono, tuttavia, condivisibili.

L’art. 91 del DL 17 marzo 2020, n. 18, non trascura il tema della scadenza dei termini sostanziali, entro cui ricadono anche i termini per l’adempimento delle obbligazioni cartolari, ma dispone l’inserimento nell’art. 3 del DL 23 febbraio 2020, n. 6, convertito con modificazioni dalla legge 5 marzo 2020, n. 13, di un comma 6- bis, in forza del quale l’osservanza delle misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 «è sempre valutata ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti».

Tale norma, che ha effetto retroattivo al 23 febbraio 2020, sostituisce ed abroga la generalizzata sospensione dei termini, tra cui è da ritenere compresa quella per l’adempimento delle obbligazioni cartolari, contenuta nell’art. 10 del DL 2 marzo 2020, n. 9. Da ciò discende che nessuna estensione all’intera nazione della sospensione dei termini di scadenza delle obbligazioni cartolari è mai avvenuta, per il semplice motivo che la relativa disciplina è venuta retroattivamente meno, rimanendo assorbita nella nuova complessiva regolamentazione offerta dal comma 6-bis del DL 23 febbraio 2020, che, invece di sospendere i termini ne subordina le conseguenze della decorrenza alla possibilità di adempierli, in relazione al rispetto delle misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19.

Devesi, quindi, ritenere che, con riferimento alle cambiali e agli altri titoli di credito, il comma 6 – bis del DL 23 febbraio 2020 ha reso impossibile qualsivoglia sospensione o proroga del termine di adempimento. Le obbligazioni sono scadute e i protesti dovevano essere levati nei termini normali stabiliti dalle parti o imposti dalla legge. La possibilità per il debitore di adempiere dovrà tuttavia essere valutata in relazione agli impedimenti eventualmente suscitati dall’emergenza coronavirus. Una tale valutazione non potrà essere operata che in sede di eventuale contestazione della legittimità del protesto che sia stato levato, non potendo ovviamente essere operata dal notaio o dagli altri pubblici ufficiali, ove richiesti di procedere in relazione ad un titolo per il quale sia maturata la relativa scadenza temporale.

La legge n. 24 in data 8 marzo 2017 (“Riforma Gelli”) ha introdotto significative novità sia in materia penale sia in materia civile, con l’obiettivo di ridurre il contenzioso e di garantire maggiori e più sicure tutele ai pazienti danneggiati da prestazioni medico sanitarie eseguite non correttamente. Continua a leggere

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Corte di Cassazione civile, Sezione III, 7 marzo 2017 n. 5603: nei contratti di locazione di immobili ad uso non abitativo, la condanna al pagamento dell’indennità per la perdita di avviamento, ove al momento della decisione il rilascio non sia avvenuto, deve essere condizionata al verificarsi del rilascio. Continua a leggere